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mag 6, 2010 - Senza cicatrici    Dicevi?

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Figura retorica in scala armonica.

Maggio in freddo cane
basterà a sbudellarmi le ossa
a rendermi innocuo al sol levante
pronto alla resa delle stelle
ligio al dovere cadente
e vaporoso al riflesso del cromo?

Disordine che muore in un solo candore
senza il volto di uno scalfito d’alba
senza il ritegno d’un buono sconto
senza la vela in assenza dell’ago
resto o vado per ora scuffio
con animo brado e probo.

Neve in bianco e nero
sbuffa la brezza
scortica un sorriso
scioglie la corteccia
in un ricordo sbieco
protetto dal miele
radente al gelo.

Sciarpa al collo m’interrompo
coltivo un ticchettio vangato
lo espongo in presa visione
contando le pause
di quel che non ci vuole
di quel che non ci duole
di quel che non ci vuole
di quel che non ci duole.

Sulla luna siamo sempre leggeri
con l’instintiva sopravvivenza
senza aria nei polmoni
con una prospettiva di resistenza
ai paesaggi ristretti
ai dossi e ai crateri.

E’ ora di rientrare
salgo sull’autobus e mi preparo
m’aggiusto la cravatta color rivoluzione
osservo senza peso e di colpo
mi rendo il conto
allungo la mano
ed afferro un dolce suono.

apr 24, 2010 - Senza cicatrici    Dicevi?

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L’iperbole dei cieli.

Prima del mille non v’era previsto il suo doppio: ognuno s’infliggeva la convinzione che aveva. Pre fioritura del rinascimento al di qua delle gambe ercolane si impaurivano al tondo: v’eran solo gli spigoli e si faticava ad accettar le forme curve, irreligiose ed irrazionali. Se ne potrebbero fare altri di sgraziati e fastidiosi mementi ma il succo d’arancia fresco rimane sempre quello: si è convinti e seri che questo sia il nostro oggi, il nostro domani e il nostro ieri. Come quando ti chiedi il trittico blasfemo del dove vai, del chi sei e dal dove vieni. Reset. Così oggi non annusiamo spiriti, mandala o alieni… ah ah che risate mentre s’osservano altre vie illuminate: adesso m’iberno e torno nel duemiladuecento per riparlarne con calma difronte al nostro stupido credo eterno di schermi multi-touch e sfioro pudico del coseno.
apr 7, 2010 - Senza cicatrici    Dicevi?

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Occhio che cigola.

Spesso mi grattacapo la testa in un gesto spanna dubbi e pulisci divieti. Passo i secondi a lisciarmi le sopracciglia nel tentativo di capovolgere gli alambicchi delle mie scuciture alle tasche finendo sempre per ruzzolare in un andirivieni di cicale mai dome.
Allora per calmarmi guardo il sole e ci passeggio dentro. Il primo effetto mostra l’istantanea di una liquefazione imperfetta di chi crede non si possa scartabellare l’inconscio. Di conseguenza prevedo l’agguato dalla parte dell’esca e capovolgo una virgola a guisa di amo.
Catturo chi insegue lo spergiuro del non ammissibile sentendosi figo all’inverosimile: lo accarezzo e poi lo lascio andare fess che tanto di molto stanco rigurgiterà solo il prossimo anno.
Poi m’esco ad asciugare fra l’equatore ed un canto ad ore contate: non sarà quel che dovrebbe ma per ora basta a lenirmi i desideri prima che un tram m’attraversi questi segnali d’esistenza fra incompresi andirivieni.
Occhio che cigola.
mar 24, 2010 - Senza cicatrici    Dicevi?

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Ndemo ostreghèta.
Vinilico di colla e di effe emme.
Con la prima scalfisco i grumi del pretendere un perfetto testo alla consapevolezza del mai e con la seconda mi incuffio per non sentire il mondo urlandogli contro.
Ho una gerla piena zeppa di incastri smussati: per combaciarli al bacio ho imparato a tagliarmi altrimenti non ne esci. Se sanguini poi cicatrizzi e quando ti cambi la muta allora altro che grammo sarò peso quintale dell’essenziale.
Per adesso mi diverto a ricordarmi di non smettere il divertimento altrimenti perderei il baricentro e sarei preda del malcontento. Forse guisando a trottola non ci si accorge di quel che altri avvolge ma io preferisco così, è meglio, piuttosto che cadere ogni giorno genuflesso al dazio del credersi eterno.
Vado a cantare, ascoltare, raccontare: mi sembra un buon gioco da continuare a sgranare.
mar 16, 2010 - Senza cicatrici    Dicevi?

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Alpeggio al nebbiolo.

Bardello con le tempie ad un proposito di scarnificazione. Firma qui, timbra un rantolo, balla cieco che è meglio. Sblessa l’angolo curvo della mia vetrina in direzione di una latrina malandata che non sciacqua via il trasloco del mio affresco. Senza preventiva autorizzazione mi prendono e ti portano via il nome, ti cambiano l’anfratto, ti regolano su un canale dalla isofrequenza ad impulsi stordi. Ah meno più male che le cuffie tengono buono il testosterone dell’anima e alambiccano sdruse vocali per attori. Me le mancassero non saprei chi esser altro mentre mi porto a spasso in un sogno da bimbo cresciuto fra gli squali non più umani del Devoto Oli.
Vado a spugnarmi e sfoltirmi dalle regoluzze in codicini da postilla al gesto e da spolvero all’olezzo, carriolo verso un appendice di ortografia mal messa e sempre quella che tanto soldi in tasca non me ne vengono perciò posso permettermi di esser sgualcito sì ma adatto all’arpeggio.
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