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lug 10, 2009 - Senza cicatrici    Dicevi?

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Petra.

Ah potessi saltar sull’assi e leggerne in rima di passioni, uccisioni e ribelli dal troppo pensiero dentro. Ai miei amici ricordo che è ancora desto quel sogno in cui un giorno tireremo in ballo quello spettacolo dove tu canterai, tu suonerai, tu reciterai e tutti noi si leggerà gli animi nostri. Una scenografia scarsa, luci calde, immagini che sappiamo già a chi affidare sullo sfondo dell’emozione. E seduti, in sedie parallele, le nostre virgole e le nostre pene.
Sarà un bel gioco, sarà un affranto pezzo scarno in coda di lucciola prima dell’alba. Sarà l’ultimo drappo amato di seta, un giogo d’uscita sgusciato via dal miele delle gabbie. Sarà un accrocchio tenditensione sciolto al galoppo di un nuovo mondo.
Il raccolto del mio racconto è di nuovo al traguardo di un giorno. Effimero di fatica annuale persa in un giro di chiave: all’evaporo dell’ultima goccia di sudore è già tempo di ripagarsi un futuro che da sempre porta in dote un fortunale che m’attende.
giu 26, 2009 - Senza cicatrici    Dicevi?

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Bye Pass.

Omonimo al passo,
grande e cattivo,
mascherato microbo,
agguantato metallico,
eccelso vitreo.
giu 10, 2009 - Senza cicatrici    Dicevi?

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Ho perso lo sguardo.

Mi testa la nuca al solco dell’orecchio.
Per questo sto più del solito attento.
Metti che me ne esco da me stesso,
faccio un giro d’universo
e poi torno più tonto che sguercio.

Ogni musichetta da ritornello
contiene una campanella di appello:
potrebbe esser l’ultima del fisico
o la prima del bilico.

Così ascolto teso
parole sanscrite
fuse in lingue baltiche
e quel che traduco
è pane
del mio vicino glaciale.

Non ho una dimora fissa,
non ho un tempo determinato,
non ho neanche un callo bucato:
indi vado.

Senza timone,
senza rumore
ma con il tra dei capelli
un fiore dal campo raccolto
al sorgere cobalto del sole.

Il profumo del legno
invade il prossimo bosco
dove svernerò il mio affetto.

Brace che tace,
fusa dolce su tende
lieve per sempre.
mag 29, 2009 - Senza cicatrici    Dicevi?

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Novecento suona anche in terza classe.
La prima volta fuori dalla porta penisola per festeggiare diciotto primavere tonde ed un pezzo di carta sciolto in algebra afferrai il primo treno cicatrizzando l’attorno assieme ad un Nino dal torace pronto al vento.
Raggiunta la capitale del vecchio mondo la setacciammo di vita lunghi e larghi fino a dormire distesi sotto le pulci di un vecchio ostello Giordano.
L’ultimo giorno da quelle parti attraversai illibato il ponte della torre accanto ai gioielli. Sostai in mezzo: non so a tutt’oggi per quale motivo o per quale contesto.
Ma mi fermai, respirai, guardai il Thames. Rimasi a lungo a farmi punto.
Chi dove quando perchè.
Da a.
Srotolavo legato al levatoio il mio gomitolo rosso senza rendermi conto ne importanza del come sarebbe andata la danza del mio mondo.
La seconda volta fu nel bel mezzo di una festa.
Stordito dal dolore ed ebbro di raccolta fui spalla di un’amicizia mai dissolta.
Finite le teorie, le pratiche erano fondamenta e il giro del filetto s’intontiva al giro, pronto a smuoversi inverso.
Raggiunsi quasi senza riflesso di nuovo il ponte del mezzo.
Ci vidi scorrere la stessa acqua sotto.
Ripresi il mio filo rosso sbiadito accarezzandolo con un dito.
Ora sapevo da dove venivo ma rimaneva l’incognita del mio destino.
Non uomo, non più ragazzino.
Mi voltai e continuai il cammino.
La terza volta fu la svolta.
Arrivai perchè voluto, accompagnato dal mio cuore.
Come le altre vite sostai nel mezzo ma raddoppiando questa volta i pollici.
Riavvolsi il gomitolo e lo buttai nell’acqua diversa.
Dalla tasca del cappotto tolsi un anello.
Guardai il Blu baciandone il respiro.
In quel preciso istante trovai il mio posto nell’attorno.
Oggi continuo ad andare: ma ora conosco dove tornare.
mag 29, 2009 - Senza cicatrici    Dicevi?

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Novecento suona anche in terza classe.
La prima volta fuori dalla porta penisola per festeggiare diciotto primavere tonde ed un pezzo di carta sciolto in algebra afferrai il primo treno cicatrizzando l’attorno assieme ad un Nino dal torace pronto al vento.
Raggiunta la capitale del vecchio mondo la setacciammo di vita lunghi e larghi fino a dormire distesi sotto le pulci di un vecchio ostello Giordano.
L’ultimo giorno da quelle parti attraversai illibato il ponte della torre accanto ai gioielli. Sostai in mezzo: non so a tutt’oggi per quale motivo o per quale contesto.
Ma mi fermai, respirai, guardai il Thames. Rimasi a lungo a farmi punto.
Chi dove quando perchè.
Da a.
Srotolavo legato al levatoio il mio gomitolo rosso senza rendermi conto ne importanza del come sarebbe andata la danza del mio mondo.
La seconda volta fu nel bel mezzo di una festa.
Stordito dal dolore ed ebbro di raccolta fui spalla di un’amicizia mai dissolta.
Finite le teorie, le pratiche erano fondamenta e il giro del filetto s’intontiva al giro, pronto a smuoversi inverso.
Raggiunsi quasi senza riflesso di nuovo il ponte del mezzo.
Ci vidi scorrere la stessa acqua sotto.
Ripresi il mio filo rosso sbiadito accarezzandolo con un dito.
Ora sapevo da dove venivo ma rimaneva l’incognita del mio destino.
Non uomo, non più ragazzino.
Mi voltai e continuai il cammino.
La terza volta fu la svolta.
Arrivai perchè voluto, accompagnato dal mio cuore.
Come le altre vite sostai nel mezzo ma raddoppiando questa volta i pollici.
Riavvolsi il gomitolo e lo buttai nell’acqua diversa.
Dalla tasca del cappotto tolsi un anello.
Guardai il Blu baciandone il respiro.
In quel preciso istante trovai il mio posto nell’attorno.
Oggi continuo ad andare: ma ora conosco dove tornare.
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