nov 10, 2003 - Senza cicatrici    Dicevi?

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Scacco matto.

Andiamo, andiamo: è solo un gioco.
La regina ti mangia pedone e poi si mostra alla corte.
E’ strategia, è natura, è incomprensibile al divorato.
Puoi startene li a tentare di far tonda la scacchiera
restarti ipnotizzato fra il bianco e il nero ma
andiamo andiamo: è solo un gioco
nessuno vuol vederti in questo stato
ci siamo dentro tutti, dal quadrato non ci scappi
un giorno sei in alto dalla torre
un altro re e quello dopo sguattero a pulire il cavallo.
Non ci si può far niente
ci passan cagnolini e bastardi
mangiare o farsi mangiare
ma non preoccuparti dai
andiamo, andiamo: è solo un gioco
non puoi restarne in eterno ingabbiato
la mossa vincente a volte è casuale
se ti senti da sempre un alfiere
inclina la scacchiera girando la testa
nella tua diagonale capirai come giusto arrivare
nel sentiero storto diritto alla meta.
Andiamo, andiamo: è solo un gioco.
nov 5, 2003 - Senza cicatrici    Dicevi?

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Infine eccoti qui.
C’è che uno è come ombra se vive da solo su questa vita.
Sfortunatamente se gli togli il sole si sbatte di qua e di là con rinfuso dolore.
Invidia al cieco, almeno coglie meglio il profumo.
Tu invece ti sei impregnato il naso dei suoi capelli.
Un’altro sta sott’acqua e tutto è come acuto stridore ovattato nelle trombe di Eustachio.
Certo gli manca l’aria, ha come una bolla di risacca, e se togli il tappo da sta piscina fa la fine inversa del ratto.
Invidia al sordo, almeno ha bulbi di fiori oculari per interpretare la sua fine.
Tu invece ti sei disperso gli occhi nei suoi non hai.
Quello invece ha la capanna nella discarica e passa il tempo a costruire opere d’arte di metallo pesante, dice.
Sfortunatamente l’ olezzo ha un peso specifico maggiore e se gli togli i rottami si spaventa dei sottostanti nascosti prati.
Invidia al senzaolfatto, almeno gli resta il tocco per prender le misure a questo mondo.
Tu invece hai lasciato le tue mani nei suoi non sei.
Poi ce n’è un altro che recita sul palco e gesticola toccando tutto e tutti come se fosse possesso da un ossesso.
Beato, ma se gli togli le assi di legno da sotto ai piedi spento i riflettori scompare.
Invidia al senzatatto, almeno gli rimane il presagio dei fischi in arrivo per comprendere quando è l’ora di smettere.
Tu invece non hai sentito e soprattutto non hai insistito.
Infine eccoti qui, con le dette parole maledette inversamente proporzionali al bene che vuoi alle persone.
Poco da aggiungere: se lo starter ti frega il blocco di partenza voglio veder la tua faccia quando spara la pistola per la gara.
Invidia al muto, almeno lui un motivo ce l’ha vero per non farsi regalare un abecedario che ti dia il tempo di parlare il tuo amore.

ott 31, 2003 - Senza cicatrici    Dicevi?

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Voce.

E allora cercami da strapparmi l’amore
e allora lasciami da seccarmi via al sole
così bastardo da bestemmiare per essere ancor più disprezzato
così amorevole da volermi accarezzare il labbro
sono fratello del tuo male che porti in borsetta
sono la pecora nera rinchiusa nella tua cella.

Mi auguro almeno che mi terrai un posto allo spizio dei matti
quando non riuscirai più a sostenere i miei sguardi
quando sputerò in faccia i tuoi buoni sentimenti
e mangerò la carne di tutti i miei macelli
schiumerai cercandomi d’una rabbia di voglia schifosa
e sarò l’unico pazzo rinchiuso nella voce della tua gola.

Ho scelto te una donna per amico.

Perchè è una puttana speciale che non si paga ad ore
si vende una volta ed è tuo per sempre questo mio amore
si graffia sui muri e per le strade si sporca
rasenta l’asfalto si umilia come carogna
ma t’esplode nel cuore tutto intero
una volta, per sempre: son sincero.

M’avessi come lapidato da lontano
tendendomi le braccia accorgiti che ti amo
cosa ancora Cristo per esser crocefisso
devo sanguinare per darti nettare trafitto
urlo d’un urlo squartato infranto
t’amo e non ho mai avuto voce per farlo.

ott 27, 2003 - Senza cicatrici    Dicevi?

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Posso disturbare?

Altromondo di bagnoschiuma.Quanto vale?
Quanto vale il tuo sbatterti odierno per star dietro a quello che ora stai facendo?
Quanto conta il saper far bene un lavoro nel quale magari nemmeno poi ci credi?
O forse ora ne sei convinto, poi dopo saran giorni mesi lustri che ti lustri ti svegli una mattina e dici
ma cosa sto facendo
e tutto non ha più senso.
Ti accorgi d’esser uno che accumula per altri fingendo che fosse stato gratificante per te da anni.
E intanto non ti salvi.
O magari tutt’altro: fai un qualcosa che ti calza a pennello e te lo sei cucito addosso con tanto sforzo.
Sei a un punto della vita che ti permette di illuderti di saziarti.
E di colpo t’accorgi che da sempre ti sbagli.
Che l’impegno messo per arrivarci, sarò monotono, non ha più un senso.
Perchè hai buttato.
Lasciato poco agli affetti, al dono, all’amore, al bene.
E magari costretto a tagliarlo fuori dal consumo di energie che ti ha logorato il cervello.
Perchè consumistico, devi ed hai dovuto oliarti.
Prodotto interno lordo.
Buttalo nel cesso.
Tra cent’anni sarai biologicamente terriccio già spolpato e ricomposto dal grande ciclo.
Rimarrà di te la busta paga?
Il modello unico?
Il sette e trenta?
Per carità, tutti s’ha da campà.
E il lavoro nobilita l’uomo.
Ammirate i grandi statisti.
Osti. Quindi.
Il pane è un bene che ci fa campare.
Ma per averlo lo dobbiamo incartare, sfornare con l’impastatrice, portare a casa con l’auto e magari riscaldarlo col microonde.
Questione di fragranza, perdita di sapore.
Coinvolti in un gioco più grande.
Si potrebbero abbassare i consumi.
O bella, è arrivato il genio. Novità, novità.
Ci potremmo consumare meno.
Sarebbe meglio per tutti.
Io lo dico, fatene quel che volete.
Ma è da pazzi girarci intorno,
comprendere d’essere solo prodotti che producono
e arrivare alla fine senza essersi almeno posti il dubbio.
Potevo?
Posso?

ott 21, 2003 - Senza cicatrici    Dicevi?

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Il profilo del tuo viso.

… però certe ragazze è meglio stringerle,
prima che il vento se le porti via…

I fili di seta non si spezzano.Papaveri.
Di un immenso campo.
Rosso d’un fuoco sparso brucia tutto attorno.
Nessun’altra ondulazione ma come lenzuolo distesa il tuo profumo che avvolge il mio corpo.
E’ qui che mi accogli. E’ qui che ti scopro e che da me ti sei stretta.
Sulla tua fronte, sotto la mia coperta.
Spensieratezza.
Sospesi a scambiarci un respiro in silenzio. Cerchi da dove provengo.
Cammino, in questo giorno.
E al lambire di quella gioia inizia la salita.
Collina ripiena di rami d’ulivi e grani paglierini.
Lieve, di seta.
Una dolce fatica costante al centro di due stelle cadenti.
E’ qui che mi prendi. E’ qui che ti abbandoni con me nei tuoi giochi.
In mezzo ai tuoi occhi, sotto la mia coperta.
Passo dopo passo sei al mio fianco.
Mi aspetti dopo ogni ritorno e la sera in cima a quel monte le tue mani giocano con le mie rime.
Finito il terreno guardo il cielo: è lì che ancora voglio arrivare.
E tu a cercar per me immaginarie scale, cingermi con le tue braccia da dietro le spalle.
Lo senti il mio cuore come pulsa sotto i tuoi palmi?
Ma l’aria già è fredda. Ripida la discesa in verticale.
La caduta fa male dall’alto del crinale.
Lontana, distante.
Di cobalto cielo che fugge eterno.
E’ qui che mi perdi. E’ qui che son disperso fuori dal tuo silenzio.
Sotto al tuo naso, sotto la mia coperta.
Non più te. Non più quel che ero convinto fossi me.
Vago nell’attesa senza la tua mano in un nuovo deserto.
Fino a quella duna, bagnata tanto da crederla miraggio.
Raggiunta, il mio cuore si fa coraggio e si abbandona in te come d’amore cinto.
E’ qui che mi ritrovi. E’ qui che non parlo.
Fra le tue labbra, sotto la mia coperta.

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