mar 8, 2003 - Senza cicatrici    No Comments

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E quindi uscimmo a riveder le stelle.

Si passa in continuazione in questa dannata città.
Si passa e non ci si ferma.
Si passa e non ci si guarda.
Adesso poi che sto ricarburando, adesso poi che il Pallone per sette giorni si è sgonfiato e non ha rotolato per queste vie, adesso poi che fatico a ricordare connettere battere Qwerty sulla tastiera dopo 7 di giorni di forzata pausa, beh tutto mi sembra ancora più fottutamente veloce.
Stamane sono riuscito di casa.
L’ho fatto per ricordarmi della gente, per vedere se tutti quei volti erano ancora lì mischiati ben bene.
Non ti chiudo nemmeno la porta e la prima brutta, sconvolta, quel poco che resta spettinata faccia che ti incontro mi si scandalizza di dentro: se di solito lo specchio non è mai stato un leccaculo con me ( ed io lo ricambio di prassi sputando sul vetro) stamattina addirittura mi restituiva dei lineamenti scolpiti da un Picasso sano.
Esco, puzzando di Guernica, e mi porto a spasso tentando di reinserirmi in un similfinto ecosistema cittadino. Faccio buongiorno alle signore, compro il pane sottocasa lasciando gli spiccioli di mancia, riesco a intavolare un inutile discorso sul tempo col meccanico che il mese scorso mi ha ciulato cinquanta euro per una batteria usata.
Fregato, ma con cortesia.
Che poi questa è una cosa di me veramente stupida, da prendermi a calci in faccia: uno mi fotte, me lo mette nel bofice, mi inchiappetta sodo mollandomi una sola incredibile.
Poi alla fine mi fa la battuta, mi entra in simpatia, insomma si va a ber qualcosa assieme e pronto a giurarci che la volta dopo torno da lui. E magari gli pago anche il caffè.
Comunque una volta in strada dopo neanche una settimana di lontananza dal mondo reale dico, in una settimana non succede niente non parte la guerra non crolla un palazzo non riesco a cucinare nulla di commensitible in una settimana male che vada mi faccio cinque docce e scivolo sul sapone ma una settimana davvero per me è nulla insomma dopo così poco tempo sono li sul marciapiede imbaccuccato con auricolari e cappello e voi andate così veloci.
Dove?
Non fa ancora cosi caldo qui da noi sapete e voi mentre mi sfiorate che dovrebbero mettere un autovelox per i pedoni voi sbuffate perché alle otto di mattina siete già stanchi e buttate fuori vapore acqueo in segnali di fumo corporeo che alle otto già contiene tossina sbuff sbuff dove cavolo andate con quel passo deciso?
Quale inutile mansione dovete svolgere cinque inutili minuti prima?
In quale missione di pace siete così coinvolti da non poter vivere da normali?
Voglio dire, ho provato ad allungare il passo, a tornare subito come voi, ma primo mi son sentito subito debole con uno svarione che invocava “zuccheri capo, zuccheri” e allora ho messo in play il cervello, ho rallentato e ho ripreso a camminare.
Dalla parte opposta.
Verso Città Alta, qui è Bergamo, ormai lo sapete, verso le nuvole, il parco, la funicolare.
Verso la parte opposta della città operaia magutta per eccellenza.
Mentre voi correvate al lavoro, io rallentavo alla vita.
Portavo dentro mp3 di soundtrack personale, e voi scorrevate. Scorrevate sulle note, quasi vi adattavate al ritmo, quasi eravate per una canzone armonici. Nelle pause tornavate scontrosi, ma bastava uno stacco nuovo, una rullata di grancassa, un accordo di piano e già ritornavate a capirne di più su come muoversi in questa vita.
Che poi tra cent’anni io non scriverò più, ma voi non vorrete mica star li ancora a correre.
Questo pensavo
E credetemi, avevo un sorriso così beota stampato lì fra i denti che sicuro mi avreste dato un cazzotto in faccia.
Ah: bentornati.

Se hai due ciacole senza spese poggiale sotto nel bianco.