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lug 19, 2003 - Senza cicatrici    Dicevi?

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Tutti giù per terra.

Qui sulla panchina di viale Speranza del Parco di Bloggolandia.
Esterno sera, direbbe Strelnik. Sottofondo: My Way – Sinatra.
Un uomo incorniciato e un’altro a fianco che con la punta dei piedi giochicchia con un Pallone.
Son passati dal via, e son quasi alla fine del giro: han ritirato le ventimilalire e ora discutono sulla posta in palio. Prima del traguardo.

Insomma a uno dei due gli è uscita la frase che la gioia nasce dalla finzione.
Marco l’ha pronunciata, per la precisione.
lo, a Marco, lo ammiro: forse perchè sotto sotto latente sento un punto focale diametralmente opposto alla concezione che ho di questa mia vita, ma nello stesso tempo così vicino.
Che per me è felicità, e di questo ne sono assalito.
Che non nasce dalla finzione. Punto.
Ora servitemi le repliche, poichè già ho dibattuto varie volte e molte di più ho ricevuto sguardi da amebe.
Realizzazione d’una coscienza dell’esistenza, portata dietro da chissà quale passato leopardiano.
E condita da beni patinati solo per esaltare quel che vorremmo essere e che mai saremo ma che nel mentre ci illudiamo di finger d’essere.
Io sono l’incastro stampato male.
Riverenza.
Non mi adatto, non mi riconosco.
Ossequi.
Forse faccio davvero parte di un altro mondo.
Sono consapevole di non c’entrare niente.
Guardo gli sboroni e non mi ci ritrovo.
Guardo i capi coi soldoni e non ne vedo un senso.
Guardo le chantose in cerca di uomini + carriera + Porsche carrera e non mi riesce di capirne il metro.
Guardo le ragioni di troppe esistenze che non si accorgono d’esister per niente.
Chiedo: a cosa aspiri? Ma che t’aspiri? E mi viene una crisi di rigetto.
Finzione per me che non sono attore è quella di una vita senza essenza.
Ma non è felicità per me: solo modellata non emozione perversa.
Teleguidata, dissacrata guidata da un profumo di pifferai magici col loro flauto verde oro.
E tu
depressi
perchè
declassi
e pensi
di non aver classe
e non t’accorgi
di quanto vali
perchè da nato
t’han già tranciato le ali?
Corri, corri corri e non sai neanche dove vuoi arrivare.
Di la verità: lo sai?
Ti fermassi un momento ad ammirare, ad ammirarti, forse mi capiresti. Ti capiresti.
Ma è difficile dirlo alla gente quando a quella non gliene frega niente.
E se lo fai, se ci provi intendo, sconforti.
Nessuno a spiegarti, nessuno a disincastrarti.
E rinneghi credendo che il tuo male sia sintomo d’infelicità.
La gioia, e mi dici, nasce dalla finzione.
Sbagliato.
Sbagliato Marco.
Sbagliato Marco o come ti chiami tu che mi stai leggendo.
Sbagliato, per me che non sono niente.
Io traccio la mia linea per terra e da qui parto, anche solo.
Controcorrente se occorre darti la scossa.
Pigliatemi a randellate col ramazzo se pensiate che sia un pazzo.
Fate pure, io respiro.
Con un bacio.
Ci sono abituato.
A continuare a dire che la felicità nasce dalla finzione, questa è vostra discesa semplice nell’ammettere a voi stessi che solo la sofferenza produce esistenza, che da un parto di dolore se ne viene al di qua e col dolore si trapassa al di là.
Ma non è la nascita conseguenza del massimo affetto?
E l’accarezzare un bimbo, comporre parole, vedere il sole: ma quale finzione?
Così liberi di compatirci non ci accorgiamo di imprigionarci in questo schema e non assaporiamo senza coraggio come anche il dolore è fonte amara di bellezza?
Ah, che parole scandalose, ma come si permette, ma chi è questo signore?!

Non avevo la gioia accanto a me da sempre.
Poi un giorno che non vuol dire niente, la svolta.

E da allora mi son messo ad amarlo questo mondo, partendo dal lato più oscuro, mi si conceda il termine, dal buco del culo.
E da li sono riemerso, e ora anche se sto male, trovo sempre un pensiero che ribalta il mio vero.
Rivoluzione, dicon le Contesse.
Costa fatica, ma da soddisfazione.
Prima le signore. E i bambini.
Guardate i bambini, e trovatemene la finzione.
E se non la trovate, ammirateli per ore.
Non sò che altro dire, se non che vorrei convincervi uno per uno ad amare questo mondo,
alzarvi la mattina,
incazzarvi come me per qualcosa che va storto,
ma subito ricordarsi che in fondo,
al massimo, fra cent’anni,
non saremo che ricordi.

- Andiamo?
- Andiamo.
Si alzano, pigliano pallone e quadro, e se ne vanno a bere una birra assieme in quel locale scarno.

lug 16, 2003 - Senza cicatrici    Dicevi?

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A passo di danza.

Scusate se mi intrometto, ma è che mi serve un altro cappello.
Quel che avevo sopra la testa la notte scorsa ha preso il volo, come non chiesto.
Ero li in quell’attimo che non è un sogno ma parte da quell’ estremo comune bisogno.
Ero come rannicchiato in un me stesso dagli occhi chiusi, ristretto, a pensare che in fondo questo mio modo di vita mal si adatta a tutto il resto quando all’improvviso Pum!
Quello se n’è andato.
Potrebbe sembrare un caso: un diavolo dannato che per sberleffo si è fatto gioco dei miei dilemmi credendo bene di toglierne il coperchio.
Oppure un bimbo che così m’ha visto: per un istante smarrito senza sorriso al bordo del precipizio.
Avrà pensato bene di fare il coraggioso: scalar dal nulla il mio corpo, arrivarmi vicino ai pensieri e furbetto togliermi il mio accessorio da pescatore quando piove.
O quando c’è il sole.
O guarda: il sole.
Fatto sta che ha preso il largo, questo mio paravento da Santiago.
Se n’è andato.
Ed io non l’ho visto mentre rotolavo.
Mi giravo: voltavo le spalle e quasi correvo a perdifiato.
Mi piace ora pensarlo appoggiato in testa ad un’altra festa: insomma quel suo blu naturale che m’aveva contraddistinto ora forse è ridipinto.
D’una gioia diversa adesso ne è ornamento: come tocco finale di un dolce sentimento.
Quindi,scusate, ma c’ho ripensato: non ne ho più bisogno.
Sapete cosa vi dico?
Per me è solo andato a farsi un giro.
Magari un giorno ritorna: in fondo chi di noi non sogna?
Dopotutto, domani è un altro giorno.

lug 12, 2003 - Senza cicatrici    Dicevi?

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…And I’m calling all angels
I’m calling all you angels…

Un bacio per ogni respiro.

Tenetevi pure questro vostro intero mondo,

col suo respiro sempre in affanno, rotondo.
Pigliatevi il mio pranzo e tutto il mio cibo intavolato,
ve lo lascio col suo respiro trangugiato.
Afferrate svelti questi libri che vi butto,
col loro sapere di un respiro antico e lungo.

Perchè da oggi più non mi interessa,
ho una perla sotto la mia coperta
che mi crediate o meno non ha importanza
io da oggi vivo davvero senza aria
che non mi serve più prendere fiato,
da quando l’ho vista me ne sono scordato
nato di nuovo ora io vivo
con un bacio al posto di ogni respiro.

Vi lascio il sorriso come cura di un’ anima pazza,

col suo respiro incastonato fra le labbra.
A voi ogni bimbo e i loro grandi sogni,
imparatene il respiro come fiori non ancora colti.
Prendetevi il cielo, la nuda terra e chi la calpesta,
con i suoi respiri nei giorni di festa.

Perchè da oggi più non mi interessa,
ho una perla sotto la mia coperta
che mi crediate o meno non ha importanza
io da oggi vivo davvero senza aria
che non mi serve più prendere fiato,
da quando l’ho vista me ne sono scordato
nato di nuovo ora io vivo
con un bacio per ogni respiro.

lug 10, 2003 - Senza cicatrici    Dicevi?

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Come un inizio di prurito.

C’è qualcosa che non mi piace.
Sarà questa tastiera nera con piccole lettere sparpagliate.
Può darsi: in effetti caratteri così messi sembrano dispersi e la logica di Qwerty signori miei è solo profitto di un mezzo troppo veloce per apporre inchiostro e quindi messo destinato al rallentatore, per fare uscire meglio le parole.
No, in fondo questa tastiera mi piace: meglio della penna del foglio e delle sbavature che ti sporcano sempre sotto il mignolo.
Sarà questa finestra che nella mia stanza sembra mal messa.
Intendiamoci: una lode al carpentiere che sicuramente ha fatto il suo dovere.
E’ in livella tosta e in bolla e da questo muro di certo nessuno la schioda.
Sarà colpa del paesaggio: me lo fotografa di sghimbescio e solo in parte.
Dovessi svilupparla in negativo sul nastro accanto ad altre finestrelle questa mia si infrange d’un pezzo sul muro dell’edificio di fronte che per un quarto mi porta via il pensiero senza alcuna possibilità che un lungo muro da sclero.
No, ma dai, a guardarla bene mi piace questa entramondo.
Al di là del vetro c’è anche uno scorcio verso la città più alta: insomma si vedon le mura e anche un tramonto e quando la luce riflette sul muro prima di scomparire crea sempre un disegno e sempre diverso.
Sarà questo mio appartamento che d’estate è sempre così caldo da bollirci dentro.
Non appena entro a casa mi sento cibo lesso e mi vien di rigetto da scappar via al più presto: non c’è peggio di viver proprio sotto il tetto che filtra tutta la calura la espande e te la serve con le tue guance a far da cotolette.
No, però davvero: la mia tana mi piace son sincero.
I miei scaffali, le mie voglie, i miei angoli nascosti e le abitudini fra le mura: insomma a metterci piede m’accoglie sempre come un nido e mai una volta che m’abbia respinto con un gelido respiro.
C’è qualcosa che non mi piace.
Da venirmene come un inizio di prurito.
Sarò micca io
allergico al mio io?

lug 9, 2003 - Senza cicatrici    Dicevi?

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Pulsazioni minime.

O guarda:
il sole.

Sono cullato di notti insonni
evaso da ghirigori diurni
come ricerca infante d’affetto
che sfiora distante
e sempre sorprende.

Ogni alba
è un momento
che passa presto.

Scorre il suo tepore
contandomi le ossa
una volta baciato il calore
scappa lasciandomi senza.

Con la terra
che mi resta
io non ho confidenza:
resto fermo
con me stesso
e non ho altre parole.

O guarda:
il sole.

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