giu 18, 2003 - Senza cicatrici    Dicevi?

>

Tolta una rotella.

Correvo veloce sul mio bolide a tre ruote
nel cortile sotto casa un gran premio immaginato
sui pedali la voglia di raggiungere il sole
e nei sandali di plastica granelli d’oro colato.

Acerbo di vita la soglia del mio dolore,
novizio, diretto, da puntura immediato
non era che il morso di un calabrone:
neanche sentirlo che già era passato.

Tolta una rotella al mio finto locomotore
ho sbuffato e faticato per riprendere fiato
senza limiti al mio palcoscenico d’attore
senza binari a trattenermi incanalato.

Ora che non mi importa d’essere il più veloce
spesso ammiro la strada lungo il cammino
non so se sia la scelta peggiore o migliore
ma quel gran premio lo lascio vincere al destino.

mag 30, 2003 - Senza cicatrici    Dicevi?

>

Segnale d’attesa.

Smettetela di chiedervi
il perchè.
Altrimenti vi fornisco di crema antirritante per l’epidermide dei sentimenti.
E non chiedetelo nemmeno più a me,
che come voi non sono di certo il custode
di imponderabili inutili risposte chiarificatrici.
Ma siete già lì a ricominciare,
a riattaccare coi vostri

perchè l’hai fatto
perchè l’ho fatto
perchè è successo
perchè non gliel’ ho detto
perchè l’ hai scritto
perchè esisto
perchè proprio a te
perchè è toccato a me
perchè è cambiato
perchè se n’è andato
perchè non è tornato
…perchè non dici nulla…

perchè perchè perchè.

Che a cercarlo poi, questo perchè, tanto non lo trovate.
Perchè
non esiste.
Mi pare un concetto semplice, no?
Succedono cose che uno le fa
punto
e a capo.
E quasi sempre son le migliori.

mag 29, 2003 - Senza cicatrici    Dicevi?

>

Le cinquecento buche.

Un secolo fa, pulcino implume, correvo alla scoperta della grande mia capitale.

Arrivavo protetto da un finestrone da pullman sgranando gli occhioni fin dall’imbocco del raccordo anulare.
Io, bimbo sul lungotevere, mi soprendevo a pensare: è giusto, sarà Capitale perchè ci sono più automobili in giro rispetto alle quattro che scorazzano su e giù nel mio paesello e che al volante hanno sempre la stessa gente.
La stessa gente…
C’era il Fausto, il panettiere: guidava il Fiorino del pane sempre bianco e profumato.
Mi ricordo del Brughì, che girava con una 127 rossa con la targa scassata legata al cofano con un pezzo di spago e aveva sempre caramelle sul cruscotto.
Il Marletta invece passava il sabato col furgoncino Volkswagen dai fari rotondi. Faceva il fruttivendolo ambulante.
Come clackson aveva una di quelle trombette con la palla di gomma nera attaccata all’estremità.
Lui schiacciava due tre volte il posteriore e quella docile starnazzava.
Era il segnale: mia madre sentendolo arrivare scendeva nella piazzola, cortigiana assieme ad altre donne del quartiere spuntate dal nulla sempre e chissà da dove.
Il Marletta posava arance e mele sulla vecchia bilancia a mano e faceva sempre il prezzo che voleva grazie alla velocità con la quale faceva finta di pesare.
Credo sia morto poi. Di cosa o come, non l’ho mai capito.
Infine c’era il vecchio Giampiero , il benzinaio che stava sempre stralunato accanto alla sua pompa di super.
Lui dava la vita motorizzata alle persone della mia infanzia, ma non l’ho mai visto guidare.
Quasi ne sapesse di più. Di più di che cosa poi, non l’ho mai capito.
Avevo imparato a riconoscere questi personaggi dal rumore dei tubi di scappamento.
Mi mettevo a cavalcioni infilando le gambe fra le stecche della ringhiera del balcone che s’affacciava giusto giusto sopra una curva a gomito, dove se passavano dovevano per forza rallentare.
Se un giorno uno di loro non stava bene lo capivo ormai non più dagli occhi gialli che intravedevo al di là del parabrezza, ma dallo sfiato roco della marmitta e dalle nuvolette grigiastre che sbuffavano sull’asfalto.
Loro eran sempre loro e avevan sempre le stesse auto: mai immaginavo allora che una persona potesse cambiarla.
Credevo che uno ci nascesse con la sua macchina e con quella guidava fino a quando non si stancava di farlo.
Oppure, pensai un giorno che mi vennero teorie distorte dopo aver mangiato un mottarello, che fosse l’auto stessa a non volerne più sapere del propietario e che si fermasse all’improvviso, in mezzo alla strada, senza più ripartire.
Semplicemente non ne aveva più voglia e barattando la sua anima col cielo lasciava sull’asfalto la carrozzeria. Immobile.
E l’asfalto era grezzo, da poveretti, tutto squassato e mai rifatto nemmeno una volta.
Ma si conoscevan tute le buche e alla fine ci si affezzionava pure.
A Roma no. Cioè intendiamoci: le buche c’erano, e anche tante.
Solo che il pullman che mi stava scarrozzando se le trovava davanti all’improvviso e non poteva evitarle.
Io, di quelle buche non ne conoscevo neanche una e mi facevan paura nonostante a star così in alto, comodo e rannicchiato nel sedile, nemmeno sentivo le vibrazioni quando ci passavo sopra.
Insomma la grande città mi era estranea e per farmela amica cominciai ad osservare ovviamente le automobili, sperando assurdamente di riconoscerne qualcuna che da Bergamo fosse venuta fino a lì solo per non lasciarmi solo.
Era inutile ovviamente, ma quel giochetto m’affascinava.
Erano gli inizi degli anni ’80 e quando tornai dalla mia gita scolastica dalla capitale quel che mi rimase negli occhi fu l’incredibile numero di Cinquecento che vidi sparse in ogni angolo.
Fiat 500.
Sulle aiuole, in mezzo alla strada, parcheggiate in terza fila o di traverso sui marciapiedi.
Ovunque c’erano cinquecento di tutti i tipi: elaborate, classiche, col tettuccio di gomma nera, rigate lungo i fianchi, piene di pupazzetti, senza un copricerchione, con gli adesivi argentati vicino alle maniglie delle porte e una, solo una ne vidi, con lo stemma della Ferrari in mezzo al cofano.
Mi piaceva quel macinino: rendeva alla metropoli un senso di formicaio a misura d’uomo.
Piccola com’era quella scatolina che arrivava da Torino contenava gli uomini, il loro girovagare disperso e caotico per la città, le loro passioni e i quattro fogli di giornale per nasconderle ad occhi estranei.
Anche se allora l’Amore era cosa da grandi e il massimo scandalo per noi bambini era immaginarsi al suo interno i quattro elefanti pigiati stretti stretti.
Al paesello, una volta tornato, ci misi un attimo per riadattarmi allo scorrer lento e ripetitivo del poco traffico lungo l’unica strada provinciale.
Da noi, cinquecento ce n’ erano invece molto poche.
Cosa strana addirittura era vedere quel piccolo quattroruote simpatico arrancare fra le curve come estraneo in un mondo che non gli apparteneva.
Non smisi per lungo tempo di sedermi a cavalcioni sul mio balcone e di ascoltare il suono delle marmitte.
Ogni volta che in lontananza riconoscevo il suono di una ‘doppietta’ mi preparavo sorridendo.
Mentre ripensavo alla mia gita, balzavo in piedi e chiudevo gli occhi fino a quando la cinquecento non passava proprio sotto il naso.
Allora li aprivo e la seguivo con lo sguardo accompagnandola fino a quando non scompariva, questa volta per volontà sua, dietro la curva.
E ogni volta mi sembrava per un istante d’essere di nuovo nella capitale.
Ci son tornato, poco tempo fa, a Roma.
Ora son tutte Smart.

mag 27, 2003 - Senza cicatrici    Dicevi?

>

Perle d’una collana da ascoltare.

Ringraziare è disperso, un verbo represso.
A tirarlo fuori dall’anima la gente sembra che si vergogni di pudica condivisione.
Ringraziare a volte ti fa abbassare gli occhi. E no: s’ha da alzarli mentre lo rivolgi!
Non per te, ma per la persona a cui lo esprimi: che a riceverlo con gli occhi ti vede il cuore.
Nel mentre io mi metto a ringraziare, se c’avete voglia una volta che ho finito mettetevi a farlo anche voi.
Vi accorgerete che (mentre state maledicendo chi non vi aiutato riflettendo sul come nella vita ci si faccia da soli e che ‘quando ne avevate bisogno chissà gli altri dove stavano’ etecetera) alla fine forse vi vien fuori qualche nome a cui telefonare, mandare una mail, inviare un sms con scritto semplicemente ‘grazie’.
Forse, dico. Poi magari mi sbaglio.
Intanto ringrazio.
Ci metto un secondo.
Premessa: Nino non lo ringrazio più che una leccata all’anno gli basta e avanza.
Un grazie invece di sicuro va alla pazienza di Pietro, per quel che si chiedeva e per quel che incontrerà.
Il suo Blogoltre è degno d’inchino.
Zu, che gli puoi dire a Zu? Certo, gli si dice grazie.
Non direttamente a lui, ma alla cena che mi son pappato, alla musica dei suoi amici che m’ha fatto ballare, ai sorrisi dei suoi figli che non ti fanno invecchiare, al vestito di sua moglie che una dama settecentesca m’ha fatto sembrare, ai suoi coinvitati che la tavolata l’han resa reale ( anche se senza rotelle).
A Bea, come fai a non dirle grazie?
Anzi, non glielo dici, che lo prende un secondo e poi chissà dove l’ha nascosto. Gli dai un bacio in fronte e quello si tiene.
C’è un sacco di gente inoltre che gli si deve dir grazie: che in questo weekend m’è passata per la testa e che loro non lo sanno.
Ma mi fermo qui, per ora, che c’ho voglia di andarmene a cantare.
Adesso tocca a voi.

mag 20, 2003 - Senza cicatrici    Dicevi?

>

Del silenzio.

Vorrei spiegarti il silenzio.
Il mio silenzio.
Che sicuro è diverso dal tuo.
Davvero. Son certo: non mi credi.
Ma se hai voglia costanza e tempo d’ascoltarmi, allora siediti e non perderti.
Tenterò d’avviarti al mio perchè, evitandoti quel che non è.
L’altra sera ti ricordi, si stava in compagnia.
Festa e gogliardia, musica e vino.
D’un tratto, che me n’ero lì in mezzo già da un po’, mi zittisco.
Mi succede spesso, qui ti do ragione, e tutte le volte ti stupisco.
Che ormai avresti da conoscermi.
Eppur t’adombri ogni volta.
Tu per me.
T’oscuri e mi chiedi il motivo. Tu per me.
Il motivo di un senso sbagliato.
T’avvicini e mi sussurri: perché ti sei rattristato?
Non c’è senso da risposta articolata, perché la scintilla non mi genera sofferenza.
Tutt’altro: il mio non dire è gioia estrema.
Ti parrà strano e ne convengo, questo mio atteggiamento.
Ma non è colpa tua: il tuo gesto è comunque d’affetto.
Solo dettato da regole che a capirle, non t’appartengono.
Il disabituo al pensare è malattia grave.
Inosservata: e perciò tragedia negata.
Quando io mi distacco dal momento e par che m’incupisca, in realtà lo sto solo assorbendo.
Gustando d’una sensazione che mi rende vivo, che ha partenza dagli occhi di quel che vedo e termina fra i pensieri di quel che trattengo.
No, non mi rattristo davvero.
Medito forse, se reggo al termine che vo’ dicendoti.
Mi soffermo a perdermi nell’omaggio che rendi alla mia vita.
Per farlo, par che mi estranei.
Il mio non è un distacco, ne un disagio.
Mi rendo conto di confonder le tue convinzioni, che tu credi naturali.
Che il mio repentino cangiar d’aspetto in volto pare a te d’umore contrario al momento vissuto.
Ma è il disabituo al pensiero a renderti così incerto.
Colui che mi sta vicino spesso non ha bisogno di altre certezze: alla mia conferma d’una serenità che vien da lontano partendo da dentro si pone accanto senz’altro domandarmi.
Da qui mi puoi credere e tutto è verità.
Oppure rattristarti per un qualcosa che non è.
E allora ti parrò quel che non sono.
Ma io ti preferisco accanto.
In silenzio, gioendo.

Pagine:«1...85868788899091...97»