nov 23, 2012 - Calamai    Dicevi?

Trenta ciglia

Soffiata. Di sicuro non si posava.
Volava saltellando su nessun luogo e nessun fatto.
Si stava di un bel bello, senza peso nè intento di intelletto.
Senza lancette, senza architrave: la vita per moto del verbo andare.
Iperscrutrare senza specchietto retrovisore,
dar voce a risposte dovute solo all’ombra del mio sole.

Ed eccoti
tra l’aspirapolvere e il mio cuore
tra l’asfalto e il primo nostro dente
meglio
molto meglio di una stella cadente.
Ti stringo, ti carezzo,
ti aspetto per trenta sfenici universi di cinta vita.

Sorridi d’insegno
muovi l’aria del nostro disegno
sol maggiore secreto dei nostri mallets
sussurrato stretto dentro al petto.

ott 14, 2012 - Senza cicatrici    Dicevi?

Ganimede

Ad un passo dal traguardo
per tutto il cerchio mi rincorro
perduto al rifornirsi
d’una stanchezza per zaini d’approccio
honky tonk per grappe in vipera,
salve spara spiega.

Riflettenti oggetti attenti
per suoni di sogni in sorsi
fra tralicci arsi d’abbracci
credo e prego
i need your love.

S’allagano lievi le mani
mentre truciolo la siepe
per la prima volta ti siedi
e resto Ganimede.

set 21, 2012 - Cicatrici    Dicevi?

Cadenza d’inganno

Spaventoso bianco silenzioso
fuor dal mondo
chiusa la gabbia senza grata
frullati pensieri a galloccia
tutto si assesta
ma all’esterno dell’esco
mi spengo
non riesco
quel tutto credo
si sgretola di confronto
frusta e incendia
sparadossa gli assi
scastra e sblatta
ed estirparlo
squarta.

set 10, 2012 - Cicatrici    Dicevi?

Umarells

Scende il cielo anche stasera mentre attraverso senza guardare le strisce d’oro sulle ali.
Bevo un caffè e accarezzo i bottoni d’argento che mi stringono le cicatrici.
Poso la pala e scavo.
Traccio le tracce nel muro, prendo la mazzetta, lo scalpello e picchio.
Prendo l’ultimo pezzo di biscione in gomma dell’autopompa: cambio gli stivali del gatto con quelli da pescatore.
Mi imbogo nelle gabbie di ferro.
Mi casca il tenaglio, mi scivola sotto al pannello di due metri.
Appoggio lo stesso pannello di legno sopra dei cavalletti rauchi: prendo il pennello, quello grande per dipingere una parete grande, lo impregno di impregnante e lo passo sul suddetto pannello.
Anzi no, prima devo afferrare la cazzuola al contrario e scrostare il cemento secco dell’ultima gettata.
Vado a prendere le cravatte per la festa: a lame di 4 con dell’acciaio a cuneo le incastro in distanza di 40 centimetri.
Misuro col metro di legno.
Puntelli.
Mi mancano i puntelli.
Vita e svita e stringi.
Taglierina e legno.

Mi manca pure il chiodo di acciaio temprato per entrare nel fresco del cemento armato.
Mi manca infine il pizzico dello spago rosso che segnala le tracce per terra sulla nuova soletta.
Forati, da quattro, da otto, conci per conciarmi senza pensieri.
Borsa per il martello.
Togliere tutti i chiodi dalle assi.
Un sacco di calce ed uno di cemento, impastare.
Betoniera.
Attenzione con la gru, colpi secchi e niente ondeggi che ti cade la vita addosso.
Vibrare il fischio di avviso, mangiarmi un cotecchino.
Pulirsi il culo con l’interno della carta dei sacchi di malta.
Tagliare i conci con la pinza grossa, isolare il tetto, camminare sul ponteggio.
Falsi telai, umidità e bidone del ferro col fuoco dentro.
Acqua ghiacciata nei tubi, abbronzatura abbrustolita che ti si riconosce.
Matita sbucciata per segnare le pareti di misure precise.
Tavolati sbagliati, tavolati storti, tavolati perfetti.
Piccone e badile per raccogliere sudore, altro che rime.
Bagnare la platea, stongiare liscio e perfetto.
Controllare l’assenza della curva sulle assi da 4 metri.
Sentirsi parte del progetto oleoso di un antico capocantiere.
Puzzare, gustare, sognare.

Mi manca la tecnica,
abbondo di inutile estetica.

ago 22, 2012 - Calamai    Dicevi?

Paciuk

Una volta rifatta la conta delle 316 fughe delle piastrelle si accovacciò nell’angolo più umido del quadrato. Pensò al bacio dato prima del peccato e si limò lentamente le corde vocali dando vita ad una nennia insopportabile che conosceva bene. Ripensò a quando aveva visto per l’ultima volta suo fratello e concluse di non averne mai avuto uno. Sentì il profumo del ruscello e si immaginò a rubare un po’ di scorrerne. Si addormentò mentre era intento ad incrociare gli alluci in cerca di una farsa di contatto e prima dei sogni venne a trovarlo Paciuk, il suo amico immaginario. Paciuk pretese innanzitutto il saldo del conto per degli arretrati legati a quella vecchia storia di gatti e lune piene. Una volta estinto il dovuto con abbondanti dosi di sorrisi nerboruti i due ritrovarono l’unisono della loro nota e passarano il resto di quel poco che ne era a studiare il volo delle farfalle, a chiedersi perchè nessuno mai si chiede il perchè del gioco del mondo, a immaginarsi quello che nessun bosone può risolvere in questa vita d’equazione.

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