set 10, 2012 - Cicatrici    Dicevi?

Umarells

Scende il cielo anche stasera mentre attraverso senza guardare le strisce d’oro sulle ali.
Bevo un caffè e accarezzo i bottoni d’argento che mi stringono le cicatrici.
Poso la pala e scavo.
Traccio le tracce nel muro, prendo la mazzetta, lo scalpello e picchio.
Prendo l’ultimo pezzo di biscione in gomma dell’autopompa: cambio gli stivali del gatto con quelli da pescatore.
Mi imbogo nelle gabbie di ferro.
Mi casca il tenaglio, mi scivola sotto al pannello di due metri.
Appoggio lo stesso pannello di legno sopra dei cavalletti rauchi: prendo il pennello, quello grande per dipingere una parete grande, lo impregno di impregnante e lo passo sul suddetto pannello.
Anzi no, prima devo afferrare la cazzuola al contrario e scrostare il cemento secco dell’ultima gettata.
Vado a prendere le cravatte per la festa: a lame di 4 con dell’acciaio a cuneo le incastro in distanza di 40 centimetri.
Misuro col metro di legno.
Puntelli.
Mi mancano i puntelli.
Vita e svita e stringi.
Taglierina e legno.

Mi manca pure il chiodo di acciaio temprato per entrare nel fresco del cemento armato.
Mi manca infine il pizzico dello spago rosso che segnala le tracce per terra sulla nuova soletta.
Forati, da quattro, da otto, conci per conciarmi senza pensieri.
Borsa per il martello.
Togliere tutti i chiodi dalle assi.
Un sacco di calce ed uno di cemento, impastare.
Betoniera.
Attenzione con la gru, colpi secchi e niente ondeggi che ti cade la vita addosso.
Vibrare il fischio di avviso, mangiarmi un cotecchino.
Pulirsi il culo con l’interno della carta dei sacchi di malta.
Tagliare i conci con la pinza grossa, isolare il tetto, camminare sul ponteggio.
Falsi telai, umidità e bidone del ferro col fuoco dentro.
Acqua ghiacciata nei tubi, abbronzatura abbrustolita che ti si riconosce.
Matita sbucciata per segnare le pareti di misure precise.
Tavolati sbagliati, tavolati storti, tavolati perfetti.
Piccone e badile per raccogliere sudore, altro che rime.
Bagnare la platea, stongiare liscio e perfetto.
Controllare l’assenza della curva sulle assi da 4 metri.
Sentirsi parte del progetto oleoso di un antico capocantiere.
Puzzare, gustare, sognare.

Mi manca la tecnica,
abbondo di inutile estetica.

ago 22, 2012 - Calamai    Dicevi?

Paciuk

Una volta rifatta la conta delle 316 fughe delle piastrelle si accovacciò nell’angolo più umido del quadrato. Pensò al bacio dato prima del peccato e si limò lentamente le corde vocali dando vita ad una nennia insopportabile che conosceva bene. Ripensò a quando aveva visto per l’ultima volta suo fratello e concluse di non averne mai avuto uno. Sentì il profumo del ruscello e si immaginò a rubare un po’ di scorrerne. Si addormentò mentre era intento ad incrociare gli alluci in cerca di una farsa di contatto e prima dei sogni venne a trovarlo Paciuk, il suo amico immaginario. Paciuk pretese innanzitutto il saldo del conto per degli arretrati legati a quella vecchia storia di gatti e lune piene. Una volta estinto il dovuto con abbondanti dosi di sorrisi nerboruti i due ritrovarono l’unisono della loro nota e passarano il resto di quel poco che ne era a studiare il volo delle farfalle, a chiedersi perchè nessuno mai si chiede il perchè del gioco del mondo, a immaginarsi quello che nessun bosone può risolvere in questa vita d’equazione.

lug 23, 2012 - Calamai    Dicevi?

Terraferma

Nei tuoi giù
nel tuo esser sì
nel tuo pranzo
nei tuoi stringermi
nel tuo imparare
nel tuo miele
nel tuo chiedermi
nel tuo insistere
nei tuoi perchè
nel tuo sogno
nel tuo abbraccio
nel tuo mondo

c’è il mio posto.

lug 2, 2012 - Mangianastri    Dicevi?

Dai, acchiappa

Adesso riesci a bloccare Miss Palla.
Oddio, non più di due secondi (per ora) ma tra le due minimanine che ancora non salutano il pollice opponibile è già una buona storia.
Se poi ti racconto che la tua supervista si allontana di una mela al giorno allora io e mamma siamo d’accordo: sei un regalo nuovo ad ogni alba.
Da qualche giorno allunghi il collo verso il mondo: tenti di equilibrarti il pensiero spingendoti verso i colori.

Rotoli,
fingi di arrabbiarti,
sorridi.

E quando sorridi ci perplessi: perchè sappiamo già che il tuo mondo sarà più grande del nostro.
Ci saranno salite che ora son colline e questo nuovo ruolo ci ha colto impreparati nel renderti disteso al meglio il sentiero.
Ci scintilliamo, ci scheggiamo, ci bruciamo.
Ma a te piace il bagnetto, la calma delle carezze e non il calore acceso di questo Caronte che non ti lascia osservare sereno.
Il tuo naso attento assorbe l’aria attorno e le braccia che ti cullano sanno già quanto conosci l’attorno.
Non posso assicurarti di crescer rose senza spine ma posso imparare al meglio ad innaffiare il giardino.
Niente manuali, solo le migliori intenzioni a scanso di tensioni e tenzoni.

Carezze, ricordamelo.
Carezze verso te, la mamma, il mondo.
Carezze d’occhi, di parole, di comprensione scioglisole.
Carezze del pensiero, carezze sottosuole e carezze d’angoli visione.
Carezze attente, carezze che si confrontano, carezze preludio d’amore.

 

Guarda,
è tornata Miss Palla.
Dai, acchiappa.

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